Arbitrare, che passione: Chiara Chiapolino

Arbitrare, che passione: Chiara Chiapolino

Talvolta i giocatori di calcio possono apparire un pò capricciosi, a seconda delle occasioni manifestano umori mutevoli, magari “puntano i piedi” per cercare di ottenere qualche risultato. E per un arbitro, gestire oltre 22 giocatori, è come amministrare una classe di studenti, dal più disciplinato al più “discolo”. Bisogna coniugare pazienza e autorevolezza, bisogna lasciare correre sulle piccole cose ma non sorvolare su episodi più gravi.

E chi meglio di una maestra  può svolgere questo compito?  Mansione che Chiara Chiapolino, 40 anni,  nei campionati della Lcfc, compie egregiamente sapendo farsi rispettare per come interpreta il suo ruolo di arbitro. Chiara, dopo aver diretto gare per 14 anni in FIGC ed essere arrivata fino in Promozione, lascia l’arbitraggio per dedicarsi alla famiglia. Il lavoro, la nascita di una figlia la impegna molto, ma dopo qualche anno si rende conto che, nonostante conduca una vita frenetica, le manca qualcosa, è come se avesse un vuoto da colmare. Capisce che è l’ora di tornare sui campi di calcio e, dopo 4 anni di inattività, si rigetta nella mischia. Partecipa ai corsi della Lcfc e riparte ad arbitrare con lo stesso impegno e passione che aveva quando ha iniziato.

Chiara, quali motivazioni ti hanno spinta a diventare arbitro? 

Quando ho scelto di diventare un arbitro avevo appena compiuto 16 anni, non avevo nessuna esperienza calcistica alle spalle, partivo da zero. Un’ amica mi ha proposto di provare insieme a lei e così, spinta dalla curiosità, ho iniziato a frequentare il corso per diventare arbitro”.

Come riesci a conciliare impegni familiari, lavoro e sport? 

Non è facile conciliare tutti gli impegni, ma riesco comunque a gestire la famiglia, il lavoro e anche l’arbitraggio. Sono un tipo determinato e sono disposta anche a fare sacrifici per qualcosa in cui credo e di cui sono fortemente appassionata.

Qual è stato il momento, nel tuo percorso sportivo, più difficile e quello più gratificante? 

“Nel mio percorso sportivo il momento più difficile sono stati i primi anni da arbitro. La donna nel mondo del calcio non era valorizzata come lo è oggi, in Figc eravamo poche donne ed io ero giovane e senza esperienza. Sentirmi accettata in questo ambiente prettamente maschile non è stato facile, ma il tempo e la costante determinazione mi hanno portata a raggiungere questo obiettivo. La più grande soddisfazione, infatti, è stata quella di aver ottenuto il rispetto, sia dai miei colleghi arbitri che dai giocatori”.

C’è una squadra che con i suoi atteggiamenti ti ha messo in crisi?

“In tanti anni di arbitraggio non ho vissuto solo esperienze positive; ci sono state diverse squadre che mi hanno messa in crisi, soprattutto nei primi anni di arbitraggio. La giovane età e l’inesperienza hanno influito molto sulla gestione delle mie emozioni e l’impulsività di certo non mi è stata di aiuto. Oggi, dopo tanti anni di esperienza, se mi trovo in una situazione di difficoltà con le squadre cerco di risolvere tutto con il dialogo e il confronto (soprattutto a fine gara) e solitamente con questa modalità ottengo il loro rispetto”.

La partita di calcio che non dimenticherai mai?

Ho arbitrato tante partite e le ritengo tutte importanti perché da ognuna di esse ho imparato qualcosa. Ce n’è una però che mi è rimasta particolarmente impressa ed è stata una partita di Over 50 che ho arbitrato circa un mese fa, di giovedì sera. I giocatori di entrambe le squadre avevano tutti un’esperienza calcistica di un certo livello e la gara è stata giocata tecnicamente in maniera quasi perfetta, dall’inizio alla fine. Una partita che di sicuro non dimenticherò mai”.

Dicono di te che in campo sei autorevole. Lo sei anche nella vita privata? 

In campo cerco di essere più autorevole possibile nel far rispettare le regole del gioco e sul lavoro, essendo un’insegnante, devo fare altrettanto. In questi due ambiti non faccio fatica a far emergere la mia autorevolezza. Nella vita privata invece emerge spesso la mia impulsività; nel tempo ho imparato a gestirla lavorando molto su me stessa”.

Con dirigenti e giocatori che tipo di comunicazioni prediligi adottare?

Con i dirigenti e i giocatori cerco sempre il dialogo, non sono un tipo arrogante e se sbaglio ammetto il mio errore.  Ci sono dei casi però dove il dialogo o il semplice richiamo verbale non basta, in quelle situazioni sono necessari provvedimenti disciplinari; fortunatamente queste situazioni non accadono spesso”.

 

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