Il personaggio: Franco Carturan

Mettersi in mostra fin dall’esordio, portare idee nuove, sono entrambi aspetti fondamentali per un allenatore che subentra ad un altro. Pur non essendo nel calcio professionistico, dove gli allenatori sono dei timonieri coraggiosi in balia delle tempeste di presidenti che, talvolta, non lesinano a spazzarli via e sostituirli in un batter di ciglia, anche nel calcio amatoriale fare una buona impressione già dall’inizio può essere utile.

E’ il caso di Franco Carturan, allenatore della Rosa dallo scorso febbraio, che può già vantare la vittoria della Coppa nella scorsa stagione, alla prima esperienza in panchina. “Alla Rosa ho iniziato come calciatore ma, a causa di un lavoro che, per turni, non si conciliava con l’impegno calcistico, non riuscivo ad allenarmi bene. Quando, per motivi familiari, il mister in carica ha dovuto lasciare la squadra e mi è stato chiesto di sostituirlo, ho subito accettato. Nella mia testa quel tipo di lavoro c’è sempre stato, perciò è stato facile dire di sì a questa richiesta. Fosse per me proverei questa esperienza anche in categoria ma, col lavoro che faccio, sarebbe impegnativo”.

Nato il 23 aprile del 1975, il 42enne allenatore friulano ha fin da subito avvicinato questo sport, cominciando dal settore giovanile del Torviscosa. Un anno da allievo a Cervignano e poi l’esperienza nazionale, nella stessa categoria, con l’Udinese. Seguono poi anni di calcio a buon livello nella Manzanese, dove anche si giocava in una dimensione extra-regionale, e poi anni di categoria nell’Aiello, a Gonars, Ruda, il ritorno a Torviscosa ed infine Malisana e Castions, dopo le quali è seguita la scelta di percorrere un cammino diverso, quello del calcio amatoriale. La Rosa, come società, invece nasce nel 1983 da un gruppo di amici. Come si sono incrociati questi due percorsi, portando Carturan nelle file della Rosa? “Nella Bassa ci si conosce un po’ tutti. Capita allora che una volta al bar trovi un tuo ex compagno di squadra che, in questo caso, stia giocando in una squadra di amatori e che, parlando con lui, scopri che in questa squadra ci siano anche altri giocatori conosciuti. Così ho deciso di avvicinarmi a questa squadra ed è stata una scelta bellissima. Mi sono subito trovato bene con il gruppo e la società.” In un ambiente del genere il cambio di ruolo, da giocatore ad allenatore, diventa più semplice: “La rosa di giocatori che ho a disposizione può vantare un palmarès decisamente importante, ma più dei trofei vinti è la serietà che contraddistingue i miei ragazzi. Ho a che fare con gente seria, che ascolta e mette in pratica quello che spiego, il che per un mister è una enorme soddisfazione. Io, da parte mia, cerco di instaurare sempre una mentalità vincente, pur non rinunciando a far giocare tutti quelli che ho a disposizione. Sono una persona che cerca sempre di andare d’accordo con tutti. Anche se in campo magari urlo per tutti gli ottanta i minuti, finita la partita si va tutti al chiosco e si è tutti amici”.

Conciliare l’aspetto familiare con quello calcistico è ugualmente importante ma, per l’allenatore detentore in carica della Coppa, il supporto della famiglia non è mai mancato: “Anche mia figlia pratica uno sport, la scherma, e deve gestire gare ed allenamenti come faccio anch’io. Eppure ogni volta che può sia lei, sia mia moglie, vengono a vedere le nostre partite e a fare il tifo e, anche se non ci sono, anche a casa mi chiedono e si interessano di quello che faccio. Anche nella finale dell’anno scorso erano entrambe presenti, a fare il tifo con tutte le altre mogli dei giocatori. Proprio quella finale, vuoi per la freschezza del ricordo, vuoi per il titolo che abbiamo alzato, credo sia il ricordo più bello che ho con questa squadra. Nei giorni precedenti alla finale, con l’altra squadra della società che aveva vinto il campionato dei più giovani ed ottenuto la promozione, i dirigenti dicevano che sarebbe stato bello ottenere un altro successo. Poi una volta arrivati in finale abbiamo giocato una partita che si era messa su dei binari sbagliati, col risultato che continuava a ribaltarsi. Alla fine però la grande soddisfazione è arrivata e, vuoi proprio perché il ricordo è il più fresco, è già il momento migliore della mia nuova esperienza”.

Francesco Paissan

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